Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/394

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374 il p. vincenzo marchese

architetto o due, ve ne furono in quell’età moltissimi e tutti di genio.

Non aggiungerò altro su queste «Memorie», perchè è lavoro notissimo, e dagli storici dell’arte usato e pregiato come merita; ma non voglio lasciare due osservazioni. La prima, è che in quest’opera non abbiamo soltanto degli studi sugli artisti domenicani, ma notizie e giudizi, sempre di molto valore, e su altri artisti famosi, e sulle più gravi quistioni della storia dell’arte; e di più, son sempre opportunamente messe in vista le molteplici relazioni che la storia dell’arte ha con la storia civile, né mancano notizie letterarie di qualche importanza. La seconda è, che dobbiamo lamentare che queste «Memorie», benché accolte con tanto e meritato favore come libro storico, non abbiano però sortito l’effetto che il p. Marchese si riprometteva; ed era quello dì risvegliare nel clero l’amore agli studi delle arti del disegno.

Oltre che storico, il p. Marchese fu anche filosofo dell’arte. Delle varie teorie sul bello nell’arte, egli parla spesso in tutti i suoi scritti, e più di proposito nella lettera a Cesare Guasti «Dei puristi e degli accademici» nell’opuscolo «Sulle benemerenze di S. Tommaso d’Aquino verso le belle arti» e nel discorso «Delle arti belle considerate nelle loro attinenze con la Poesia e con la Musica». Sono, anche questi, lavori degni di molta considerazione, perchè il p. Marchese, conoscitore profondo della storia dell’arte, non speculava senza fondamento; ma anche le teorie fondava sui documenti portigli dalla storia. Ma benché queste quistioni siano dibattute da secoli, e oggi non meno vivamente, pure non è da credere che abbiano avuto un’efficacia salutare o dannosa. Se in un periodo si è curata poco la forma e l’esecuzione; se in un altro ha dominato, nel peggior senso della parola, l’accademico; se oggi tengono il campo il naturalismo e il verismo, non ne hanno colpa merito, o soltanto in piccola parte, le teorie estetiche dei filosofi dell’arte. Le ragioni del bello, astrattamente considerate, non moveranno mai, pare a me, un pittore a seguire una scuola piuttosto che un’altra: si ricerchino pure, ma sarebbe vano sperarne dei resultati pratici. Però, comunque sia, il p. Marchese ha almeno il merito d’aver saputo tenere il giusto mezzo nel definire le relazioni tra la forma e il concetto, tra il reale e l’ideale. Egli nota giustamente che anche qui, in