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Polemiche 129

all’uomo1, come si spiega allora il fatto dell’apprezzamento morale applicato agli altri animali? ».

Ignorante — Siete voi che ne fate un tale apprezzamento. Io non ho mai inteso che il gatto rubando l’arrosto faccia peccato.

Filosofo — «Chi negherà che un uomo non pregiudicato, spassionatamente trattando cogli altri animali, non faccia uso ne suoi giudizii sulle azioni loro dì un criterio analogo a quello, onde fa stima delle umane? »

Ignorante — Ah! ah! ah! Ho sentito dal mio curato che i confessori studiano il trattato de actibus humanis; ma in seguito dovranno aggiungere anche quello de actibus gattorum, cavallorum, ed anche asinorum. Ah! ah! ah!

Filosofo — Sono gli sciocchi che ridono.

Ignorante — Grazie.

Filosofo — «Ma l’ira e l’amore nell’uomo non si sviluppano soltanto in occasione dei così detti atti liberi dell’uomo, ma pur anco per quelli dei bruti, e per fino per le cose inanimate. Quindi uno strumento, che non serve bene in un’opera, per isdegno lo si spezza. Il bruto fa altrettanto: esso si vendica contro un altro bruto, contro la pietra che gli è scagliata contro».

Ignorante — E così il giudice che condanna l’assassino, il cuoco che batte il gatto ladro, l’iracondo che spezza l’istrumento che non serve bene, il cane che morde il sasso, fanno tutti un giudizio morale fondato sulla moralità dell’assassino, del gatto, del cane, e perfino della penna che non getta bene. Oh che stupenda filosofia! E dire che prima di voi non se ne sapeva nulla! Ho però bisogno ancora di una spiegazione. L’assassino uccide il viandante, e il gatto il topo. Ha mo’ il gatto quei rimorsi di coscienza, che prova senza dubbio, almeno qualche volta, l’assassino, ripensando al delitto commesso?

  1. Notate, lettori, che il filosofo nostro regalando la libertà anche ai bruti, infine la toglie all’uomo.