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140 Scritti vari

Intanto constatiamo che la sua lettera è un vero capolavoro.

Egli dice che non è un mangia Dio, anzi che Dio rispetta come una sublime idealità, che è una chimera.

Senza essere nè teisti nè atei — poichè la questione non ci riguarda molto da vicino — ci pare che l’illustre (è un modo di dire) professore avrebbe potuto fermarsi alla sublime idealità. Se egli è in grado di affermare che è una chimera, si capisce proprio molto male come egli possa rispettarla. Delle chimere si ride e nulla più.

Finalmente egli dice che non è un mangia-preti, ma che stima i preti che se lo meritano.

E siamo anche noi perfettamente del suo parere. Stimiamo i preti onesti e li crediamo ammirevoli; li stimiamo ancha reazionari, poichè combattendoli li giudichiamo convinti ed energici fautori di una idea, sia pure sbagliata.

Sa, il professore Ardigò, qual’è la classe di preti che non ci riesce di avere in onore e in istima? È tutta quella classe che sveste la tonaca perchè non ha saputo sopportarne gli obblighi, e colla chierica scalfita nel cranio ed incisa nell’anima, predica pomposamente il vangelo del positivismo.

Certe epurazioni dell’anima, attraverso il filtro della apostasia, non ci è mai riuscito di saperle ammirare.

È un entusiasmo che lasciamo al Moto.

Sulla fine di un articolo del Moto del 15 luglio 1883, si risponde alla Gazzetta dell’Emilia come segue:

L’articolista poi è addirittura brillante quando fa prendere atto alla povera Gazzetta di ciò che dice il professor Ardigò nella sua lettera, nella quale egli scrive che per asserire quello che aveva asserito l’articolista, bisogna essere imbecille o birbante, coll’aggiunta che noi vi facevamo di asino e maligno. Povera Gazzetta, ci fa compassione davvero! Ma non è tutto, chè il più bello viene in ultimo.