Pagina:Ardigo - Scritti vari.djvu/193

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Discorsi 187

Un franco tiratore la rileva, e Ricciotti la porge a suo padre, ed essa sventola sulla carrozza di Garibaldi fra il sibilo delle palle fino a giornata finita.

Cento e cento bandiere portarono i Prussiani in Francia e le piantarono sui campi e sui baluardi conquistativi in segno di vittoria. Una sola ne perdettero, e questa fu il trofeo di una vittoria di Garibaldi sopra di loro, che potè scrivere in un ordine del giorno ai prodi dell’Esercito dei Vosgi: «Or bene! Voi gli avete veduti ancora una volta questi terribili soldati di Guglielmo fuggire alla vostra presenza, o giovani figli della libertà. In due giorni di accaniti combattimenti voi avete scritto una pagina gloriosa negli annali della repubblica; e gli oppressi della grande famiglia umana saluteranno ancora una volta i nobili campioni del diritto e della giustizia».

Il diritto e la giustizia per tutti. Ma innanzi ad ogni altro, per la patria.

La patria! Ecco l’amore più strapotente della grande anima di Garibaldi.

Congiurato della Giovane Italia e condannato nel febbrajo del 34 alla fucilazione, e perciò esule prima in Francia, e dopo due anni in America, nel 48 alla voce che gli Italiani insorgevano salpò da Montevideo con 85 de’ suoi, e sbarcò a Nizza il 24 giugno.

È incominciato il gran dramma della lotta per l’indipendenza dell’Italia. Il suo Eroe leggendario è comparso sulla gran scena. In tutte le fasi della guerra santa balena il raggio della sua faccia, guizza il lampo della sua spada. Nella Campagna del 48 alla Beccaccia; in quella del 59 a Casale, a Sesto Calende, a Varese, a S. Fermo, a Rezzato; nel 60 a Marsala, a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo, a Napoli, sul Volturno; nel 66 nel Tirolo.

Toccheremo solo della grande impresa del 60.

Il 9 maggio, dalla spiaggia di Quarto parecchie centinaia di giovani si imbarcarono in silenzio e di notte per ignoto destino su due bastimenti: il Piemonte, comandato