Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/133

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canto settimo 127


4
     Non credo ch’un sì grande Apulia n’abbia:
egli era grosso et alto piú d’un bue.
Con fren spumar non gli facea le labbia,
né so come lo rega a voglie sue.
La sopravesta di color di sabbia
su l’arme avea la maledetta lue:
era, fuor che ’l color, di quella sorte
ch’i vescovi e i prelati usano in corte.

5
     Et avea ne lo scudo e sul cimiero
una gonfiata e velenosa botta.
Le donne la mostraro al cavalliero,
di qua dal ponte per giostrar ridotta,
e fargli scorno e rompergli il sentiero,
come ad alcuni usata era talotta.
Ella a Ruggier, che torni a dietro, grida:
quel piglia un’asta, e la minaccia e sfida.

6
     Non men la gigantessa ardita e presta
sprona il gran lupo e ne l’arcion si serra,
e pon la lancia a mezzo il corso in resta,
e fa tremar nel suo venir la terra.
Ma pur sul prato al fiero incontro resta;
che sotto l’elmo il buon Ruggier l’afferra,
e de l’arcion con tal furor la caccia,
che la riporta indietro oltra sei braccia.

7
     E giá, tratta la spada ch’avea cinta,
venia a levarne la testa superba:
e ben lo potea far, che come estinta
Erifilla giacea tra’ fiori e l’erba.
Ma le donne gridar: — Basti sia vinta,
senza pigliarne altra vendetta acerba.
Ripon, cortese cavallier, la spada;
passiamo il ponte e seguitian la strada. —