Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/27

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decimosettimo 21


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     Ma d’un parlar ne l’altro, ove sono ito
sí lungi dal camin ch’io faceva ora?
Non lo credo però sí aver smarrito,
ch’io non lo sappia ritrovare ancora.
Io dicea ch’in Soria si tenea il rito
d’armarsi, che i Franceschi aveano allora:
sí che bella in Damasco era la piazza
di gente armata d’elmo e di corazza.

81
     Le vaghe donne gettano dai palchi
sopra i giostranti fior vermigli e gialli,
mentre essi fanno a suon degli oricalchi
levare a salti et aggirar cavalli.
Ciascuno, o bene o mal ch’egli cavalchi,
vuol far quivi vedersi, e sprona e dálli:
di ch’altri ne riporta pregio e lode;
muove altri a riso, e gridar dietro s’ode.

82
     De la giostra era il prezzo un’armatura
che fu donata al re pochi dí inante,
che su la strada ritrovò a ventura,
ritornando d’Armenia, un mercatante.
Il re di nobilissima testura
le sopraveste all’arme aggiunse, e tante
perle vi pose intorno e gemme et oro,
che la fece valer molto tesoro.

83
     Se conosciute il re quell’arme avesse,
care avute l’avria sopra ogni arnese;
né in premio de la giostra l’avria messe,
come che liberal fosse e cortese.
Lungo saria chi raccontar volesse
chi l’avea sí sprezzate e vilipese,
che ’n mezzo de la strada le lasciasse,
preda a chiunque o inanzi o indietro andasse.