Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/390

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
384 canto


20
     Poi ch’in piú parti quant’era a bastanza
colson de l’erbe e con radici e senza,
tardi si ritornaro alla lor stanza;
dove quel paragon di continenza
tutta la notte spende, che l’avanza,
a bollir erbe con molta avertenza:
e a tutta l’opra e a tutti quei misteri
si trova ognor presente il re d’Algieri.

21
     Che producendo quella notte in giuoco
con quelli pochi servi ch’eran seco,
sentia, per lo calor del vicin fuoco
ch’era rinchiuso in quello angusto speco,
tal sete, che bevendo or molto or poco,
duo barili votar pieni di greco,
ch’aveano tolto uno o duo giorni inanti
i suoi scudieri a certi vïandanti.

22
     Non era Rodomonte usato al vino,
perché la legge sua lo vieta e danna:
e poi che lo gustò, liquor divino
gli par, miglior che ’l nettare o la manna;
e riprendendo il rito saracino,
gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna.
Fece il buon vino, ch’andò spesso intorno,
girare il capo a tutti come un torno.

23
     La donna in questo mezzo la caldaia
dal fuoco tolse, ove quell’erbe cosse;
e disse a Rodomonte: — Acciò che paia
che mie parole al vento non ho mosse,
quella che ’l ver da la bugia dispaia,
e che può dotte far le genti grosse,
te ne farò l’esperïenzia ancora,
non ne l’altrui, ma nel mio corpo or ora.