Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/95

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

decimonono 89


20
     Quando Angelica vide il giovinetto
languir ferito, assai vicino a morte,
che del suo re che giacea senza tetto,
piú che del proprio mal si dolea forte;
insolita pietade in mezzo al petto
si senti entrar per disusate porte,
che le fe’ il duro cor tenero e molle,
e piú, quando il suo caso egli narrolle,

21
     E rivocando alla memoria l’arte
ch’in India imparò giá di chirurgia
(che par che questo studio in quella parte
nobile e degno e di gran laude sia;
e senza molto rivoltar di carte,
che ’l patre ai figli ereditario il dia),
si dispose operar con succo d’erbe,
ch’a piú matura vita lo riserbe.

22
     E ricordossi che passando avea
veduta un’erba in una piaggia amena;
fosse dittamo, o fosse panacea,
o non so qual, di tal effetto piena,
che stagna il sangue, e de la piaga rea
leva ogni spasmo e perigliosa pena.
La trovò non lontana, e quella colta,
dove lasciato avea Medor, diè volta.

23
     Nel ritornar s’incontra in un pastore
ch’a cavallo pel bosco ne veniva,
cercando una iuvenca, che giá fuore
duo dí di mandra e senza guardia giva.
Seco lo trasse ove perdea il vigore
Medor col sangue che del petto usciva;
e giá n’avea di tanto il terren tinto,
ch’era omai presso a rimanere estinto.