Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/97

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decimonono 91


28
     Assai piú larga piaga e piú profonda
nel cor sentí da non veduto strale,
che da’ begli occhi e da la testa bionda
di Medoro aventò l’Arcier c’ha l’ale.
Arder si sente, e sempre il fuoco abonda;
e piú cura l’altrui che ’l proprio male:
di sé non cura, e non è ad altro intenta,
ch’a risanar chi lei fere e tormenta.

29
     La sua piaga piú s’apre e piú incrudisce,
quanto piú l’altra si ristringe e salda.
Il giovine si sana: ella languisce
di nuova febbre, or agghiacciata, or calda.
Di giorno in giorno in lui beltá fiorisce:
la misera si strugge, come falda
strugger di nieve intempestiva suole,
ch’in loco aprico abbia scoperta il sole.

30
     Se di disio non vuol morir, bisogna
che senza indugio ella se stessa aiti:
e ben le par che di quel ch’essa agogna,
non sia tempo aspettar ch’altri la ’nviti.
Dunque, rotto ogni freno di vergogna,
la lingua ebbe non men che gli occhi arditi
e di quel colpo domandò mercede,
che, forse non sapendo, esso le diede.

31
     O conte Orlando, o re di Circassia,
vostra inclita virtú, dite, che giova?
Vostro alto onor dite in che prezzo sia,
o che mercé vostro servir ritruova.
Mostratemi una sola cortesia
che mai costei v’usasse, o vecchia o nuova,
per ricompensa e guidardone e merto
di quanto avete giá per lei sofferto.