Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/60

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54 canto


 80
     Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch’importe.
— L’elemosina è (dice) che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte. —
Di varii fiori ad un gran monte passa,
ch’ebbe giá buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Constantino al buon Silvestro fece.

 81
     Vide gran copia di panie con visco,
ch’erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sará, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l’occurrenzie nostre:
sol la pazzia non v’è poca né assai;
che sta qua giú, né se ne parte mai.

 82
     Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch’egli giá avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par si averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non fèrse;
io dico il senno: e n’era quivi un monte,
solo assai piú che l’altre cose conte.

 83
     Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual piú, qual men capace, atte a quell’uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d’Anglante era il gran senno infuso:
e fu da l’altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d’Orlando.