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Pagina:Aristofane - Commedie, Venezia 1545.djvu/266

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D’ARISTOFANE. 133
adosso co’l ficone, come terrestri sorzi?

Di. Che porti dunque?
Me. Porche da sacrificare.
Di. Ben dici. mostrami un poco.
Me. E certo sono belle: tasta, se ti piace, in che modo sono grasse, et buone.
Di. Che cosa è questa?
Me. Una porca per Giove.
Di. Che dici? d’onde vien la porca?
Me. Da Megara. non è questa una porca?
Di. Non, a’l mio giudicio.
Me. Non è’lla grave? vedere la incredulità di costui? non si dice che egli è un porco? ma piacendoti, guarda queste sali meschiate con cipolla: se questo non è un porco à costume Greco.
Di. Gli è non so che di huomo.
Me. Per Diocleo, tu pensi che’l sia qualch’un’huomo, vuoi tu udir la voce?
Di. Sì per dio.
Me. Grugnisce, su presto ò porcella, grida ò pessima furfante. un’altra volta ti porterò à casa per Mercurio.
Fi. Coi, coi.
Me. Questa è la porca.
Di. Il porco adesso apparirà, egli è nodrito. la sua matrice è di cinque anni.
Me. Sapilo certo che assomigliarà à la madre.
Di. Ma nanche questa è da sacrificare.


Me.