Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1910, I.djvu/395

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392 parte prima

ostaggio ne le mani del re cristianissimo Francesco primo di questo nome il signor Federico suo primogenito, nondimeno volle che Mantova fosse a chiunque ci capitava libera stanza. Gran numero adunque di fuorusciti quivi dimorava, aspettando col braccio di Massimigliano Cesare esser a la patria ritornati. Ma l'impresa non successe, perciò che Massimigliano con bellissimo essercito fin su le porte di Milano venuto, quando si sperava che egli il duca di Borbone Carlo di Francia, che dentro a nome del re cristianissimo ci era, ne cacciasse, fatta levar l’oste, con frettolosi passi ne la Magna se ne fuggi. I fuorusciti alora, perduta la speranza di ricuperar la patria, attesero alcuni di loro col mezzo de la clemenza del re Francesco, il quale a molti di ciò fu cortese, a tornarsene a casa; altri andarono a Trento sotto l’ombra di Francesco Sforza duca di Bari, altri a Roma, altri nel regno di Napoli ed altrove. Ritornarono alcuni a Mantova, tra i quali messer Cornelio, ché cosi mi piace non senza cagione un nobilissimo e vertuoso gentiluomo nomare, ed io in Mantova ci fermammo. Era il giovine di venti quattro anni, grande, ben formato e molto bello e prode de la persona e di molte vertù dotato e dei beni de la fortuna ricchissimo, al quale la madre, che in Milano era ed aveva con arte serbato il patrimonio, mandava tutto quello che gli era bisogno, ed egli teneva casa in Mantova bene in arnese di vestimenti, cavalli e di famiglia. Egli prima che partisse da Milano si era, come ai giovini interviene, innamorato d'una giovanetta nuovamente maritata e molto nobile e bella, la quale per non dar materia di qualche scandalo altrimenti non mi par di dever drittamente nomare, onde Camilla la diremo. Il giovine, come colui che era gran partegiano dei sforzeschi, prima s’era molto adoperato a la venuta di Massimigliano Cesare a ciò che la patria ricuperasse, poi di continovo teneva strettissima pratica col duca Francesco Sforza, e spesso andava a Trento e non mancava tramar quanto poteva a ciò che il duca sforzesco in Milano se ne ritornasse. Ma in tutti questi traffici, in questi maneggi ed in tanti travagli non si poteva egli cavar di pensiero la sua donna, a la quale giorno e notte