Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1910, II.djvu/318

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NOVELLA II 315 ingombrata da cosi soave e rara dolcezza, non levando mai le mani dagli occhi, teneva pur con interrotta voce detto: — Becca pur li quanto sai, ché gli occhi non mi beccherai. — E bramosa che l'augello continovasse il dolce gioco di cosi piacevol bec¬ camelo, replicava le già dette parole. Messer lo prete corsi questi dui arringhi, presa alquanto di lena e ruzzando intorno al palliar0' tre altre volte rimesse il diavolo ne l’inferno e jn parte cavò la superbia al suo buon augello, con grandissima contentezza di tutte due le parti. Dopoi, lasciati i panni de 1'Or¬ solina giù, apri l’uscio del cortile e chetamente essendo entrato in casa, diede il segno ordinato al suo chierico, il quale non toccando più la campana, fu cagione che ciascuno ritornò a far ciò che prima faceva. Se ne venne anco T Orsolina a la fon¬ tana, e presa l'altra secchia che in quella aveva abbandonata, con tutte due piene d'acqua a casa se ne tornò, seco stessa più volte commendando la dolce puntura del becco del griffone. Don Faustino parendogli aver trovata dolce pastura, fece al¬ cuna volta venire, quando in destro gli cadeva, l’augello e con la sua Orsolina si dava il meglior tempo del mondo. Ella molto spesso veniva per acqua, e sempre che era a la fontana ave¬ rebbe voluto che il griffone fosse comparso per sonar ella la campana a doppio; e quando sentiva i bòtti, subito andava di fitto a dar de la testa nel pagliaro. Ora dubitando il domine che il giuoco non si scoprisse, si seppe i ferri suoi adoperare che fece dar marito a l’Orsolina con cui, come comodo gli venne, scopri il fatto e con lei destramente lungo tempo piacer si diede. Tale adunque fu l’astuzia di don Faustino, il quale dal caldo d’amore destato, di semplice ed ignorante divenne astutissimo, si come da me inteso avete.

rii . ' IL BANDELLO a l’illustre signor ALFONSO VESCONTE IL CAVALIERO A questo luglio passato essendo io venuto a far riverenza a l’illustre signor Pirro Gonzaga di Gazuolo vostro cognato, che tornando di Francia era nel vostro lieto ed agiato palazzo al¬ loggiato, vi trovai molti gentiluomini milanesi che facevano il medesimo ufficio che io feci. Ora essendosi esso signor Pirro ritirato sotto il pergolato de l’allegro e vago giardino e accen¬ natomi ch’io lo seguissi, mentre noi dui insieme ragionavamo sovravvenne il molto piacevole e largo parlatore Giovanni da Montachino, il quale, come sapete, ha sempre infinite e piacevoli novelle a le mani. Subito che il signor Pirro lo vide, dopo gli abbracciamenti soliti gli domandò se nulla di nuovo aveva. Come i gentiluomini questo sentirono, in un tratto tutti vennero sotto il pergolato per udir alcuna piacevol novella. Onde il Mon¬ tachino narrò