Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1910, II.djvu/6

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novella xxxi 3


potesse fuggire. — Punsero queste parole il cardale, il quale mezzo irato disse: — Marino, Marino, tu sei troppo piú malizioso che a si picciol corpo non conviene, — perché era Marino di picciola statura. Egli alora ridendo, al cardinale che era grande, grosso e grasso, cosí rispose: — E tu, monsignor mio, sei assai men veritevole e giusto di quello che a questa tua grandezza conviene; — onde veggendo il cardinale che nulla guadagnava, entrò in altri ragionamenti. — Parve a tutti che il signor Marino si fosse egregiamente portato e che in tutto egli avesse fatto come fanno i schermitori, che ricevendo botta danno risposta. E non dicendo altro il Castigliano, messer Cola da Venafri, uomo di tempo ed antico cortegiano, disse: — L’aver il nostro cameriero messo in campo Marino Tomacello m’ha fatto sovvenir di Marino Brancazio, il quale era sfrenato de la lingua e mordacissimo, ma tanto nemico dei letterati che mai non gli lasciava vivere. Desinando un giorno il re Ferrando a Poggio reale fuor di Napoli e conoscendo esso Marino esser piú vago di buon vino che di qualunque altra cosa del mondo, gli fece dar una tazza di ottimo greco. Marino non bevette il vino, ma se lo mangiò a poco a poco saporosamente, e con un succiar di labbra votò la tazza.

Domandato poi dal re con qual lingua alora Bacco aveva parlato, rispose: —Con greca dottissima e letteratissima. — Uno degli astanti alora disse: — Che cosa è, Marino, che tu che sei tanto nemico dei letterati facci questo onore a le lettere? — A cui rispose un altro cortegiano: — Non sai che tra pari regna invidia? — Un giovine alora cameriero del re, a cui la vivositá di Marino era notissima, sorridendo disse: — Signori, con riverenza del re, ciò che ora dite non è a proposito, perciò che tra questi letterati alcuno non ci è che al signor Marino sia eguale non che superiore. — Questo tutti quelli ch’ivi erano, con piacer del re, fece assai ridere, denotando che tra i bevitori Marino otteneva il principato. — Poi che messer Cola si tacque, il signor Filippo da Callerate, che era lungo tempo stato a Napoli in corte di quel re di Ragona, disse: — Egli è necessario che io dica due parole del Brancazio, avendolo in campo il nostro messer Cola messo.

Quando il re Carlo ottavo prese il reame di Napoli e che i capitani