Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1911, III.djvu/240

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NOVELLA XXXIV 237 ebbe gli occhi fermati nel viso, si ricordò costui certamente esser quello dal quale cosi gran cortesia aveva in Firenze rice¬ vuta, ed essendo a cavallo dismontò, e con meraviglia gran¬ dissima di quelli che seco erano — ché v’erano più di cento a cavallo dei primi del regno che gli facevano coda — l’abbracciò con grande amorevolezza e quasi lagrimando gli disse: — Non séte voi Francesco Frescobaldo fiorentino? — Si sono, signor mio — rispose egli, — e vostro umil servidore. — Mio servidore — disse il contestabile — non séte già voi né per tal vi voglio, ma bene per mio grande amico, avvisandovi che di voi ho giusta ragione di molto dolermi, perché sapendo voi ciò che io sono e dove era devevate farmi saper la venuta vostra qui, ché certamente io averei pagato qualche parte del debito che confesso aver con voi. Ora lodato Iddio che ancor sono a tempo. Voi siate il benissimo venuto. Io vado ora per affari del mio re e non posso far più lunga dimora vosco, e m’averete per ¡scusato. Ma fate per ogni modo che ¡n questa matina vegnate a desinar meco, e non fate fallo. — Cosi rimontò il contestabile a cavallo e se n’andò in corte al re. Il Frescobaldo, partito che fu il contestabile, s’andò ricordando che cotestui era quel gio¬ vine inglese che egli già in Firenze in casa sua raccolse, e cominciò a sperar bene, pensando che il mezzo di cosi gran¬ d’uomo molto gli giovarebbe a ricuperar i suoi danari. Essendo poi l’ora di desinare, se n’andò al palazzo del contestabile, e quivi nel cortile poco attese che egli rivenne. Il quale, smontato che fu, di nuovo amicabilmente riabbracciò il Frescobaldo e, vólto a l’armiraglio e ad altri prencipi e signori che con lui erano venuti a desinare, disse: — Signori, non vi meravigliate de le amorevoli dimostrazioni che io faccio a questo gentiluomo fiorentino, perché queste sono parte di pagamento d’infiniti oblighi che io conosco e confesso di avergli, essendo nel grado che sono per mezzo suo. E udite come. — Alora a la presenza di tutti, tenendo sempre per mano il gentiluomo fiorentino, narrò loro in che modo era capitato a Firenze e le carezze che da lui aveva ricevute. E cosi tenendolo sempre per mano, se ne salirono le scale, e giunti in sala si misero a tavola. Volle il