Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1911, III.djvu/80

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NOVELLA XXII 77 ingiuria del marito e senza biasimo di persona, averebbe potuto intertener e guiderdonar il suo amante, che essendo gentil e discreto non voleva da lei cosa che fosse di vergogna, quanto men poteva si lasciava vedere, e se a sorte si fosse trovata in chiesa od a festa ove il Ventimiglia fosse stato, da la chiesa subito si levava e andava altrove, e su le feste mai non gli volgeva il viso. Di che chiaramente il cavaliero avvedutosi, ebbe di doglia a morire. E perciò che nessuno prode e generoso guerrero more fuggendo, il Ventimiglia che sovra ogni altro era magna¬ nimo e costante, e nel cui core era con saldi chiodi il nome de la donna fitto, non si rimosse punto da la sua ferma impresa, anzi costantemente perseverò più che prima ad esser fieramente di lei acceso. E deliberandosi provar tutto quello che possa una vera servitù con una donna, si pose, amando e serven¬ do, a far ogni cosa per vedere se era possibile di spezzar tanta durezza di lei e la gran fierezza pacificare, in modo che l'amore, che assai segreto era, si fece a tutto Napoli palese e manifesto, e fu publico qual fosse la donna per cui tante fogge e spese egli aveva pomposamente e con inaudita magnificenza fatte. Ora a lungo andare, ché già più di dui anni in queste pene era l’infelice amante dimorato, parve che la donna più si mostrasse dura, ritrosa e superba e che non degnasse ch’egli le scrivesse; onde il misero Ventimiglia fu più volte vicino a darsi di propria mano la morte, tanto gli era noioso il vivere senza la grazia di costei. II perché essendo un giorno solo ne la sua camera ed a la crudeltà de la sua donna pensando e circa questo d'uno in altro pensiero travarcando, a la fine, poi che buona pezza ebbe tacitamente passeggiato, sovra un lettuccio tutto lasso e stracco si gettò, ove con gli occhi pregni di lacrime in queste voci proruppe: — Ahi, sventurato Ventimiglia, quanto fu fiera la stella sotto cui nascesti, quanto sfortunato quel punto che in guardar cosi cruda beltà gli occhi apristi! Com'è egli mai pos¬ sibile che sotto si leggiadro e vago viso alberghi tanta crudeltà? Veramente l'aurea testa, quella serena fronte di pura neve, le nere ed arcate ciglia cui sotto dui folgoranti e mattutini soli fanno invidia a Febo, il condecevol e profilato naso, le guancie che