Pagina:Bandello - Novelle. 1, 1853.djvu/260

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vergognosamente al padre rispose che era presta per far quanto egli volesse. Onde, per non dar indugio a la cosa, il signor Girondo di consentimento di tutti i parenti, con le debite cerimonie de le consuete parole, diede l’anello a la bellissima Belfiore. Del che infinita fu la contentezza di messer Lionato e di tutti i suoi. E perciò che il signor Timbreo aveva la sua cara Fenicia sotto nome di Lucilla sposata, quella alora solennemente sotto il nome di Fenicia di nuovo sposò. Così tutto il giorno in balli e piaceri si consumò. Era la bella e gentilissima Fenicia vestita d’una veste di finissimo damasco bianco come pura neve, con un certo abbigliamento in capo che faceva mirabil vedere. Ella era convenevolmente grande, per l’età che aveva, e assai bene in carne, tuttavia crescendo, come quella che giovanetta era. Il petto sotto il sottile e nobilissimo drappo di finissima seta alquanto rilevato si mostrava, spingendo in fuori la forma di duo pomi rotondi, l’uno da l’altro condecentemente separati. Chi il vago colore del volto vedeva, vedeva una piacevole e pura bianchezza di condecevole e vergineo rossore sparsa; la quale non l’arte, ma la maestra natura, e più e meno secondo i varii avvenimenti ed atti, d’ostro dipingeva. Il rilevato petto pareva una piacevolissima e quasi viva massa d’alabastro candido e schietto, con la gola ritondetta che di neve sembrava. Ma chi la soavissima bocca, quando le dolci parole formava, aprirsi e serrarsi vedeva, egli certamente poteva dire che aveva veduto aperto un museo inestimabile, di finissimi rubini cinto e pieno di perle orientali, le più ricche e le più belle che mai l’odorato Oriente a noi mandasse. Se poi vedevi quei dui begli occhi, anzi due fulgentissime stelle, anzi pur duo folgoranti soli, quando ella maestrevolmente quinci e quindi gli girava, tu potevi ben giurare che dentro a quei placidissimi lumi albergava Amore e che in quel chiarissimo splendore affinava i suoi pungenti strali; e quanto bene campeggiavano le chiome inanellate e sparte, che sovra la pura e spaziosa fronte scherzanti parevano proprio fila di terzo e biondo oro, che al dolce soffiar d’una picciola aura lascivamente si girassero! Erano le braccia di giusta misura, con due bellissime mani sì proporzionatamente fatte, che l’invidia non ci trovarebbe che emendarle. Ed insomma tutta la persona era vaga e snella, e così gentilmente da la natura formata, che niente le mancava. Ella poi così a tempo e tanto gaiamente, secondo gli accidenti, or parte or tutta la persona moveva, che ogni suo atto, ogni cenno ed ogni movimento era pieno d’infinita grazia, e pareva che a viva forza i cori dei riguardanti