Pagina:Bandello - Novelle. 1, 1853.djvu/351

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non dicendo altro il Castigliano, messer Cola da Venafri, uomo di tempo ed antico cortegiano, disse: – L’aver il nostro cameriero messo in campo Marino Tomacello m’ha fatto sovvenir di Marino Brancazio, il quale era sfrenato de la lingua e mordacissimo, ma tanto nemico dei letterati che mai non gli lasciava vivere. Desinando un giorno il re Ferrando a Poggio reale fuor di Napoli e conoscendo esso Marino esser più vago di buon vino che di qualunque altra cosa del mondo, gli fece dar una tazza di ottimo greco. Marino non bevette il vino, ma se lo mangiò a poco a poco saporosamente, e con un succiar di labbra votò la tazza. Domandato poi dal re con qual lingua alora Bacco aveva parlato, rispose:– Con greca dottissima e letteratissima. – Uno degli astanti alora disse: – Che cosa è, Marino, che tu che sei tanto nemico dei letterati facci questo onore a le lettere? – A cui rispose un altro cortegiano: – Non sai che tra pari regna invidia? – Un giovine alora cameriero del re, a cui la vivosità di Marino era notissima, sorridendo disse: – Signori, con riverenza del re, ciò che ora dite non è a proposito, perciò che tra questi letterati alcuno non ci è che al signor Marino sia eguale non che superiore. – Questo tutti quelli ch’ivi erano, con piacer del re, fece assai ridere, denotando che tra i bevitori Marino otteneva il principato. – Poi che messer Cola si tacque, il signor Filippo da Gallerate, che era lungo tempo stato a Napoli in corte di quel re di Ragona, disse: – Egli è necessario che io dica due parole del Brancazio, avendolo in campo il nostro messer Cola messo. Quando il re Carlo ottavo prese il reame di Napoli e che i capitani abbandonarono Alfonso secondo, che con Ferrando suo figliuolo, Federico suo fratello navigò in Sicilia, molti si meravigliavano che Marino Brancazio essendo lor creato non fosse anco egli ito in Sicilia, e v’era uno che lo biasimava. Il che sentendo il signor Marco Antonio Sanazzaro disse: – Tu stai fresco se tu pensi che il signor Marino Brancazio debbia partirsi. Forse che non è tale il viver suo, e tal nel bere e mangiare il suo valore, e sì fatta la forza del continovare dal matino a la sera i conviti, che egli si debbia spaventare per i fiasconi francesi e dar le spalle ai loro sontuosi banchetti? Tu vederai che egli diverrà il maggiore angioino che sia nel regno. – Intesero tutti il mordace motto e non poco ne risero. – Avendo ciò detto il signor Filippo Gallerate e più non parlando, il conte Giovanni da Tollentino pigliò la parola e disse: – Questi signori nei lor parlari sono stati a Roma e a Napoli, ed io vo’ parlar d’un nostro milanese. Ciascuno di voi o per vista o per fama conobbe il monarca de le