Pagina:Bandello - Novelle. 1, 1853.djvu/36

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32 parte prima

voi è stato fatto fa assai chiara fede, quantunque io sia per vivere e morir nel mio (al giudicio mio) onorato e lodevol proposito; ma che togliendomi un mio signor il mio, il cui debito è di darmi delle cose sue, io dica ch’egli sia liberale o cortese, e che questo stia bene, io non dirò già mai. Il re, udite queste ultime parole, si levò e disse: Ariabarzane, non è ora tempo di disputar teco, perciò che la discussione e giudicio di ciò che detto di me e fatto hai, rimetto io al grave consiglio dei miei consiglieri, i quali, quando il tempo sarà opportuno, il tutto maturamente giudicheranno secondo le leggi e costumi di Persia. Bastami per ora questo, che io sono disposto di mostrarti per effetto, che ciò che ora negato hai sarà vero, e tu stesso di bocca tua il confesserai. Fra questo mezzo tu n’andarai fuori a le tue castella, nè più a la corte verrai se da me non sarai richiesto. Avuta Ariabarzane questa ultima volontà del suo signore, se ne tornò a casa, e viepiù che volentieri se ne andò in contado a le sue castella, lieto di non vedersi tutto il dì innanzi agli occhi de’ suoi nemici, ma pieno di mala contentezza per la remissione che il re diceva di far al suo conseglio delle cose da lui dette. Nondimeno, disposto di sofferir ogni fortuna, s’andava diportando con il piacer e trastullo della caccia. Aveva egli due figliuole senza più, che di sua moglie, che morta era, gli erano rimaste, le quali erano stimate bellissime tutte due, ma la prima era senza parangone più bella dell’altra, ed era di lei d’un anno maggior di età. Volava la fama della lor beltà per tutta Persia, e non era in quella così gran barone che molto volentieri non si fosse con Ariabarzane imparentato. Era egli già stato circa quattro mesi a un suo castello che più degli altri gli piaceva per l’aria che v’era perfetta, e altresì perchè v’erano bellissime caccie così da cani come da augelli, quando quivi comparse un araldo del re, che gli disse: Ariabarzane, il re mio signor ti comanda che tu mandi meco a corte quella delle tue figliuole che è più bella dell’altra. A questo comandamento Ariabarzane, che non poteva indovinar il voler del re, varie cose per l’animo rivolgeva per questa dimanda, e fermatosi in un pensiero che nel capo gli era caduto, deliberò di mandar la minore, la quale, come già s’è detto, non era di bellezza a la maggior eguale. Onde fatta questa deliberazione trovò la figliuola e sì le disse: figliuola, il mio re m’ha fatto far comandamento che io gli mandi una delle mie figliuole la più bella, ma per qualche mio conveniente rispetto che ora non accade dirti, io vo’ che tu sia quella che ci vada; ma avvertisci bene e fermati nell’animo di non dirgli mai che tu sia la men