Pagina:Bandello - Novelle. 2, 1853.djvu/180

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parti di Barbaria, e il buon fra Filippo con i compagni fu preso, e tutti furono tenuti schiavi e messi a la catena e in Barberia condotti, ove in quella miseria furono tenuti circa un anno e mezzo, nel qual tempo in vece del pennello conveniva al Lippi a mal suo grado menar il remo. Ora essendo tra l’altre una volta fra Filippo in Barberia, non essendo tempo da navigare fu posto a zappare e coltivar un giardino. Aveva egli in molta pratica Abdul Maumen suo padrone, onde toccato dal capriccio, un giorno quello con carboni sì naturalmente suso un muro ritrasse con suoi abbigliamenti a la moresca che proprio assembrava vivo. Parve la cosa miracolosa a tutti, non s’usando il dissegno nè la pittura in quelle bande; il che fu cagione che il corsaro lo levò da la catena e cominciò a trattarlo da compagno, e per rispetto di lui fece il medesimo a quelli che seco presi aveva. Lavorò poi fra Filippo con colori alcuni bellissimi quadri ed al padrone gli diede, il quale per riverenza de l’arte molti doni e vasi d’argento gli diede ed insieme coi compagni liberi e salvi, con le robe a Napoli fece per mar portare. Certo gloria grandissima fu questa de l’arte, che un barbaro natural nostro nemico si movesse a premiar quelli che schiavi sempre tener poteva. Nè meno fu la virtù di fra Filippo tra noi riverita. Ebbe modo egli d’aver una bellissima giovane fiorentina detta Lucrezia, figliuola di Francesco Buti cittadino, e da quella ebbe un figliuolo chiamato anco egli Filippo, che poi riuscì pittore molto eccellente. Vide papa Eugenio molte meravigliose opere di fra Filippo, e tanto l’amò, tenne caro e premiò, che lo volle, ancor che fosse diacono, dispensare che potesse prender la Lucrezia per moglie. Ma egli non si volse a nodo matrimoniale legare, amando troppo la libertà.


Il Bandello al molto magnifico e reverendo signor Giorgio Beccaria


Secondo la commission vostra, venendo da Pavia a Milano il nostro piacevole e vertuoso messer Amico Taegio mi portò la vostra bellissima ed amorosa Psiche, da voi da l’Apuleio latino tradotta ne la lingua italiana, e strettissimamente mi pregò che io volessi con diligenza leggerla e rileggerla, e con libero giudicio