Pagina:Barrili - Castel Gavone.djvu/250

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compagnia che lo aveva fatto prigione. Ma il terzo giorno ci fu gran novità nel campo, per dare un altro grattacapo al nostro povero Maso. Una scorribanda di cavalieri menava prigione entro il battifolle messer Giacomo Pico.

Pallido in volto come un cencio lavato, gli occhi stravolti e i capegli più rabbuffati del solito, messer Giacomo Pico avea l'aria d'un uomo a cui grandemente cuocesse di quella umiliazione, assai comune del resto agli uomini di guerra, la cui sorte è pur troppo di dare e di ricevere.

— O come è egli possibile che costui sia un traditore? —  dimandò a sè

stesso il Maso, vedendolo a passare, colla fronte china e livida di vergogna e di rabbia, in mezzo a un drappello di nemici. — Egli mi sembra un cavallo generoso che morde il freno e sbuffa e si ribella allo sprone. —

Intanto, si spargeva tra i crocchi la voce che il Bardineto, il braccio destro del marchese Galeotto, era stato preso, mentre, con un pugno di arditi cavalieri, tentava di attraversare la cerchia degli assediati, per riuscire sulla via di San Giacomo. L'imboscata in cui egli doveva cadere, era comandata da Giovanni di Trezzo.

Questo nome risvegliò i sospetti del Maso.

Giovanni di Trezzo! Ma questi era l'amico del Campora; l'uomo che egli volea condurre dal Fregoso, due giorni addietro, come capitano d'audacissime imprese, dopo la conversazione avuta col Sangonetto. E poi, che volea dire questa sequenza di prigionieri? Prima il Sangonetto; indi il Pico. Questa di certo non era l'opera del caso, bensì la conseguenza d'un patto fermato