Pagina:Barrili - I rossi e i neri Vol.2, Milano, Treves, 1906.djvu/272

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facevano tenerezza; - la Montalda mi farà passare ogni cosa.

- Che Iddio ascolti Vostra Eccellenza! - soggiunse Antonio, rasciugandosi gli occhi col dosso delle sue ruvide mani.

Erano le nove di sera, quando il marchese di Montalto potè finalmente essere solo. Ridottosi nel suo quartierino, richiuse l’uscio del salotto dietro di sè, ed entrò nello studio, che precedeva la sua camera da letto. Il povero giovane era travagliato dalla febbre, a lui derivata dalle ansietà, dalle cure svariate, dai contrasti di quella negra giornata. Dal mattino egli non aveva preso alcun ristoro, e si sentiva riardere le fauci. Tracannò un bicchier d’acqua, e gli parve di sentirsi meglio; passeggiò un tratto nella camera, ventilò sottilmente il pro e il contro di ciò che stava per fare, e una serenità solenne gli si dipinse sul volto.

Andò allora alla mensola su cui era posata la busta che aveva eccitata l’attenzione del vecchio gastaldo, e aperto quell’astuccio ne cavò due pistole. Erano due armi stupende, uscite dalla riputata officina del Lepage, e da lui comperate nella sua gita a Parigi. Sorrise amaramente nell’atto di recarsele in mano e di sperimentarne il grilletto. La marchesa Ginevra si era degnata di ammirare quelle armi, e colle sue dita affusolate ne avea tocchi i congegni.

Caricò le sue armi colla tranquilla accuratezza di un padrino di duellanti, le depose quindi sulla scrivania, dinanzi la quale risedette, per vergare una lettera. Ed ecco ciò che gli uscì dalla penna.


«Mio ottimo Enrico,

«Perdonami il dolore che ti arreco; quando tu riceverai questa lettera, io avrò finito di vivere. Non ho saputo resistere all’affanno, sopportare pazientemente una vita nella quale ogni giorno è un ricordo, ogni ora, uno struggimento delle speranze perdute. È egli bene o mal fatto l’uccidersi? Siamo noi i padroni della nostra esistenza? Io credo di no; se il suicidio non è per avventura un delitto, è sempre una viltà, quando non è una follia. Ma tu non porterai, spero, un così aspro giudizio di me; ho troppo patito, non ne posso più, mi sottraggo ad una pena che supera le mie forze.

«Non mi difendere, se udrai lacerar la mia fama; è questa l’ultima grazia che io domando alla tua schietta e leale amicizia. I soliti cianciatori diranno che io mi sono ucciso pei debiti. L’accusa volgare mi duole; ma meglio così; credano costoro e facciano credere altrui ciò che loro talenta.