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XVIII.


Luisa a Laurenti.

«15 aprile....

«Amico,

«Grazie della vostra lettera, sebbene la si facesse aspettare un po’ troppo. Cattivo dottore! Sei giorni a Milano, senza mandarmi quattro versi per raccontarmi qualcosa di voi e chiedere novelle della vostra convalescente! E poi, mi scrivete due paginette asciutte, per dirmi.... che cosa? Aspettate, le rileggo; non c’è proprio nulla, e non sono nemmanco due paginette. La prima incomincia a mezzo il foglio, e la seconda ha quindici versi a stento, mettendo nel conto l’ultimo paragrafo dei soliti complimenti, il devotissimo servitore ed il nome.

«Basta, se non avessi da ringraziarvi dell’esservi finalmente ricordato di me, avrei a sgridarvi ben bene. Ma non lo fate più, se no posso andare in collera a dirittura.

«Io vivo, amico mio, e potrei dire che vivo bene, se non fossi un pochino annoiata. Mi manca la vostra utile compagnia, il vostro leggiadro conversare. La è colpa vostra, d’avermi così male avvezzata. Ogni cosa che noi vedessimo, anco un fil d’erba, era argomento a svariate considerazioni, nelle quali io centellava la vostra scienza multiforme, senza pompa, senza occhiali, e sopratutto senza tabacchiera.... Ora argomentate voi quante ore della giornata mi rimangano disutili e sciocche.

«Scendo nel giardino per tempo, ad aiutare, o, per dire più veramente, ad impacciare il Giacomo, quando inaffia le aiuole. Giungo così, se-