Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/210

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164 capitolo viii.


Per la prima volta un’automobile correva con tutta la sua forza fuori delle tiranniche limitazioni della strada, padrona di volgere il suo impeto secondo il suo capriccio, come un cavallo libero. Noi godevamo per quelle lunghe corse veloci che ci aiutavano a fuggire. Sentivamo sempre più penetrante la sottile angoscia della solitudine e del silenzio. Su centinaia di chilometri eravamo i soli esseri viventi, e provavamo talvolta un vago, segreto, intimo ed inascoltato senso di orrore per quell’isolamento; era l’intuizione di una vasta ostilità intorno a noi, di una inimicizia feroce della terra stessa. Noi diamo sempre alla terra una grandiosa personalità, la chiamiamo spesso madre terra, la troviamo ora sorridente ed ora severa, le riconosciamo espressioni ed affetti; essa ha fisionomie che evocano sentimenti; vi è qualche cosa che somiglia ad un’anima, ad una grande anima, in lei; lo sentiamo istintivamente; quando siamo soli per una campagna, abbiamo la sensazione di gioie e di melanconie che vengono soltanto da ciò che vediamo, che sono l’emanazione imperscrutabile d’una vita misteriosa che ci circonda. Laggiù da questo mistero si sprigionava dell’avversione. Si direbbe che il deserto ami i suoi silenzi e li difenda. Esso è un immenso cimitero che non vuol essere profanato.

Avremmo desiderato almeno di vedere un albero. Un albero qualche volta è un compagno, un amico gigantesco che offre ospitalità e riposo all’ombra delle sue braccia aperte. Ma da Kalgan non vedevamo più alberi. Veramente, il giorno prima, non lontano da Udde, credemmo di averli trovati: sul bordo d’un torrentello disseccato e sassoso scorgemmo sette alberi in fila. Sette miracoli. Li avvicinammo, e ci accorgemmo che erano arbusti più bassi di noi, simili alla tamerigia; la nudità del suolo ci aveva ingannati sulle loro proporzioni. Tuttavia li guardammo come una grande rarità, compiacendoci della loro esistenza e della loro forma.

Saranno state le dieci quando sono ricomparse delle praterie.

L’erba ha cominciato timidamente ad inverdire il fondo delle vallette, poi s’è distesa sulle colline, s’è fatta più unita e più folta.