Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/222

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176 capitolo viii.


indietro. Questa tendenza a dimenticare il male è la più grande fortuna dell’uomo. Ogni mattina ci sentivamo alla partenza forti e pronti, perchè avevamo perduto il ricordo esatto della vigilia. Una nebbia benefica si stende sulle sofferenze trascorse. E partendo immaginavamo sempre ogni difficoltà finita. Oblìo e speranza erano le nostre forze.

La nostra corsa somigliava molto alla vita.


Tuerin è al limite del deserto. Al sud di Tuerin lo squallore della sterilità, al nord la verde magnificenza della prateria. Quell’alta roccia pare messa là per un segnale, come un faro, ad indicare agli uomini in viaggio il confine fra la terra morta e la terra viva, per dire agli uni: Preparatevi! — per significare agli altri: Coraggio!

Il tragitto fra Tuerin ed Urga ci è sembrato incantevole forse perchè venivamo dal Gobi. Trovavamo tutto delizioso: il verde, la strada, il cielo. Poiché anche il cielo era cambiato: aveva delle nubi e noi ammiravamo pure le nubi, specialmente quando si compiacevano di far scorrere le loro grandi ombre fugaci su noi come delle immense e lievi carezze. Andavamo a cinquanta chilometri all’ora, talvolta a sessanta. Il terreno era leggermente ondulato, e ci lasciavamo scivolare nelle molli discese con tutto l’impeto della velocità e del peso. Eravamo lieti, parlavamo, trovavamo mille cose da dire, richiamavamo la nostra attenzione su tutto quello che vedevamo, pensavamo ad alta voce.

Ettore ci domandava a che ora saremmo arrivati a Kalgan — già, perchè Ettore, per un suo amore della semplicità, aveva soppresso mentalmente i nomi dei paesi attraversati e da attraversarsi, lasciandone vivere soltanto un paio per comodità di linguaggio; e quel paio applicava a tutte le località, indifferentemente. Era una specie di gergo; Kalgan voleva dire: “quella città che... „. Ettore aveva una memoria ribelle alla geografia; i nomi vi passavano sopra senza fermarsi, come degli uccelli al