Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/343

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un ponte che crolla 289


passaggio sullo stretto bordo, su quelle cime di travi sporgenti nel vuoto. Non si poteva scacciare completamente questo pensiero: che dopo tutto la salvezza dipendeva dalle facoltà d’un uomo, e che l’uomo più abile può avere un istante di debolezza, di malore, può subire un inganno dei sensi, può essere tradito dalla stanchezza, dalla stessa tensione ed attenzione.

Non tardammo ad attraversare il gran ponte di ferro sulla Mishika, che si presentava da lontano come una enorme gabbia rossastra, sospesa a venti metri dal fiume. A guardia del ponte, alle due imboccature, vi erano dei soldati armati di fucile. Tutti i ponti d’una certa importanza sono così custoditi militarmente. Pare di percorrere una ferrovia in tempo di guerra, in una zona accessibile alle ostilità, quando si aspetti un colpo di mano del nemico. L’impressione che se ne riceve è triste. Triste sopratutto perchè in realtà si aspetta un nemico, e questo nemico della Russia è russo.

Il fiume, che ci aveva fermati due giorni prima, rumoreggiava fra gli alti piloni, nell’ombra di selvaggi affollamenti d’alberi. Fummo contenti di valicarlo; ci pareva di prenderci una rivincita. Passato il ponte corremmo per un certo tempo sulla riva del lago, che la ferrovia costeggia e domina dall’alto. Poi il lago si allontanò, tornarono dei boschi. L’eguaglianza della strada, che ci era tanto piaciuta al principio, cominciava a noiarci. Una strada regolare e piana deve farsi perdonare la sua monotonia permettendo di correre. Ad un certo punto trovammo la linea in riparazione. Una squadra di operai spostava la livellazione d’una curva. Le traverse erano tutte scoperte. Il galoppo dell’automobile prese un’andatura furibonda. Non era possibile rallentare, per non incorrere nel pericolo di rimanere impuntati, e la macchina sobbalzava rapidamente sulle traverse, passava dall’una all’altra, urtandole di pieno con le pneumatiche, delle quali ci aspettavamo di sentire lo scoppio. Per fortuna, dopo alcune centinaia di metri di questa danza indiavolata, tornammo sul terreno normale. E arrivammo ad una stazione.