Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/496

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434 capitolo xix.


Le popolazioni sembravano vestite per qualche immensa festa. Era la raccolta del fieno. Le genti sparse sui campi vi ponevano come una grandiosa fioritura vivente. Fra le erbe alte, e fra le messi mature, risaltavano mantiglie rosse, gialle, bianche, strane mitrie da donna coperte di ricami, acconciature ricche d’argento, cappe e camiciole singolari, collane di monete, cinture d’oro, fascie di seta. In questo tumulto di colori scintillavano file di falci nel lento moto eguale. Ci giungeva l’eco dei canti. Centinaia di carri e di cavalli aggruppati sui campi aggiungevano alle scene una non so quale fierezza militare, come di fantastici bivacchi.

È sorprendente la diversità dei costumi, ad ogni passo. Si sente che sotto alle due denominazioni di russi e di tartari si nascondono altre razze, riunite e non mischiate. Le religioni sono due: le stirpi tante. E vogliono ancora distinguersi, vogliono conservarsi, vivere. Certi abbigliamenti incomodi e stravaganti non possono essere indossati per dei secoli senza uno scopo, lo scopo di mostrare la propria diversità, di portare l’uniforme della propria schiatta, di riconoscersi, di difendersi dalla mescolanza. Vi è un istinto di conservazione in quelle mode tradizionali. Ogni villaggio è un piccolo Stato che vive discosto e in pace, così diverso dagli altri come se ne fosse separato da grandi lontananze.

A 24 verste da Kazan trovammo una piacevole sorpresa; una strada all’Europea, massicciata, inghiaiata, cilindrata, bianca, perfetta. Era la prima vera strada carrozzabile che trovavamo da Pechino. Ma i contadini che tornavano dalla città preferivano di non farvi passare i loro carri, e li conducevano invece nelle fangaie dei campi. I mujik dicono che quelle strade rovinano le ruote perchè sono troppo dure, e le sfuggono. Per costringerli a passarvi le autorità fanno scavare dei fossi e costruire delle trincee ai lati della strada. I contadini passano in fondo ai fossi e sopra le trincee, profittando del minimo spazio che basti alle strette ruote delle loro teleghe.

Erano circa le tre quando, discendendo la valle del fiume Kazanka, verso l’occidente, che si era rasserenato dopo una lunga