Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/504

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
442 capitolo xx.


abeti sono certamente fra gii alberi più belli; hanno una specie di severità architettonica con le loro oscure punte da cattedrale; ma alla lunga finiscono per diventare noiosi, noiosi come una selva d’ombrelli chiusi. Le quercie ci sembravano semplicemente deliziose; avevano una fisionomia disinvolta, variata, familiare, pareva che gesticolassero con i loro rami contorti e irregolari agitati dal vento; erano gli alberi di casa nostra.

Pioveva dirottamente, con il consueto accompagno di lampi e di tuoni. Era deciso che dovesse piovere tutti i giorni; avevamo ammesso questo fatto come una condizione necessaria e ineluttabile. Vedevamo arrivare i temporali senza neppure pronunziare una parola impaziente o esprimere il più leggero malumore. Non avevamo neanche la noia di prepararci alla pioggia infilandoci gl’impermeabili, perchè li portavamo sempre indosso; poteva esserci il più bel sereno e il sole più fulgido di questo mondo, noi non ci toglievamo più quel prezioso indumento. Non credevamo al tempo buono; sapevamo da prima che era uno scherzo ingenuo del cielo.

Naturalmente le strade, cattive col sole, divennero impraticabili. Andavamo come si poteva, scivolando, pattinando, spingendo la macchina a spalla per salite viscide di fango, ci fermavamo a prender acqua nei fossi per metterla nel radiatore che lo sforzo continuo del motore prosciugava; attraversavamo larghe pozze, che parevano stagni, dopo avervi passeggiato a piedi per sondarne la resistenza nel fondo. Percorrevamo forse otto o nove chilometri all’ora. La sera ci sorprese in mezzo ad una solitudine. Partendo da Kazan speravamo di raggiungere Tschebokssary, lontana 160 chilometri; alle otto di sera non avevamo percorso più di 80 chilometri. Ci eravamo decisi a fermarci al prossimo villaggio. Ma l’oscurità, che la pioggia anticipava, non ci permetteva di vedere nettamente il suolo, e, ad un tratto, l’automobile s’inclinò tutta sopra il fianco sinistro e si fermò. Eravamo affondati. Ettore non aveva scorto una profonda avvallatura melmosa, e due ruote vi erano andate dentro fino ai mozzi.