Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/539

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lasciando la russia 475


un’utilità pratica della guerra! Le nazioni, per essere pronte a combattersi, si porgono sui confini delle strade superbe. Troviamo così buona la via, che ad onta della pioggia insistente possiamo corrervi a quaranta chilometri all’ora.

Le impressioni di questa giornata di viaggio possono essere ricordate in due parole: tempeste e croci. Ogni mezz’ora ci sembra che il sereno si avvicini, quando scoppia invece un fosco temporale, violento, accecante, durante il quale è difficile udirci, tanto urla il vento fra le chiome degli alberi che fiancheggiano la strada, e scroscia dirotta la pioggia. E per la campagna non vediamo che croci enormi.

Croci presso gli stagni, sui campi, al limite dei boschi, all’ingresso dell’abitato. Le croci sono talvolta ricche di figure, d’intagli, d’ingenue sculture a colori: rappresentano qui solenni affermazioni di fede cattolica delle popolazioni polacche e lettoni, affermazioni provocate dalle passate persecuzioni religiose. La lotta rinvigorisce la fede. E questa gente innalzò le sue croci, come in battaglia s’innalza la bandiera.

Giungiamo alle quattro in vista degli spalti fortificati che formano la difesa di Kowno: sentiamo la vicinanza della frontiera da queste opere militari, che sono quasi delle sentinelle vigilanti sullo straniero vicino.

Kowno, con i suoi tetti rossi, ci appare improvvisamente dall’alto d’una collina; la vediamo mollemente distesa sulle verdi rive del Njemen tortuoso. La città è piena d’alberghi che s’intitolano da nomi italiani: albergo di Venezia, albergo di Napoli, albergo d’Italia. Da che cosa venga questo singolare culto degli albergatori di Kowno per il nostro paese, non so. Sulla via incontriamo un’automobile munita di un bandierone bianco pieno di parole polacche, e gremito di signori che ci salutano calorosamente con grandi evviva all’Italia. Sono giornalisti polacchi, venuti apposta da Varsavia per incontrarci e accompagnarci alla frontiera. Essi si sfogano in evviva all’Italia per il dolce sapore sovversivo che questo grido assume nel loro intendimento.