Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/76

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34 capitolo ii.


Portai la previsione al Principe Borghese. L’Itala era già pronta avanti alla villetta del Ministro. Ettore aveva ancora qualche nodo da stringere, qualche legatura da rifare, e girava intorno alla macchina a gran passi, calzato d’un fiammante paio di stivaloni di cacciatore d’anitre. Alle sette i marinai di scorta erano partiti in ferrovia per Nan-kow; e alla sera precedente due carri, con i nostri bagagli e la carrozzeria smontata, avevano lasciato Pechino sotto la vigilanza di Pietro, il Ma-fu della Legazione. Non ci rimaneva altro da fare che aspettare l’ora di mettersi in cammino. Occupazione accasciante. Pareva che le sfere dell’orologio impiegassero delle ore a percorrere cinque minuti. Intanto scambiavamo parole di saluto e strette di mano. I nostri bravi e simpatici ufficiali erano intorno a noi esprimendo voti e auguri, e toccavano la macchina con gesti d’incoraggiamento come si fa ad un cavallo. Un frate cappuccino dalla aperta e onesta faccia da soldato, arriva in fretta, tutto ardente d’entusiasmo, e ci dice parole di benedizione. È il cappellano della guarnigione italiana e della Legazione.

Le sette e mezza! Un carabiniere giunge correndo dalla strada, e annunzia: I Francesi sono già alla caserma!

— In macchina! — esclama il Principe, che con quest’ordine assume il comando della piccola spedizione.

Sull’automobile ci arrampichiamo in cinque. La principessa Anna-Maria (intrepida e appassionata viaggiatrice anche lei, che accompagnò lo sposo in Persia, e della quale Don Scipione dice che “ama talmente i viaggi, che pur di viaggiare andrebbe persino in ferrovia„), Don Livio Borghese, Chargé d’Affaires d’Italia, un così simpatico e caro gentiluomo quanto colto ed abile diplomatico, il Principe Scipione, io, ed Ettore. Don Livio e la Principessa ci lasceranno alla prima tappa, a Nan-kow.

Non so per quale prodigio di volontà e di equilibrio possiamo tenerci in quattro sulla cassetta da imballaggio promossa alla dignità di sedile. Ci afferriamo a delle corde, ai parafanghi, e come dei cavallerizzi mal sicuri prendiamo con gli occhi le misure