Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/99

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

verso la grande muraglia 57


corteggio più singolare è sfilato per i passi della Grande Muraglia. Quando avrò aggiunto che Don Livio, Don Scipione ed io ci riposavamo di tanto in tanto dell’ascesa cavalcando due minuscoli somarelli, così bassi che i nostri piedi strisciavano in terra, così corti che i nostri impermeabili li nascondevano con una grandiosità da toga, avrò aggiunto un particolare della massima importanza per l’esattezza storica.

Il paesaggio variava ad ogni momento. In alto era uno sdoppiarsi di vette scoscese, sterili, sempre più strane. Nubi basse e scure le rasentavano, e la bruma pallida le faceva sembrare più lontane e più grandi; accresceva la loro sinistra imponenza. In basso il torrente ora calmo come un ruscello, mansueto, serpeggiante a fianco del sentiero fra cespugli verdi e gruppi di salici, ora violento, vorticoso, sprofondato in strette gole sulle quali ci affacciavamo cautamente dall’orlo della strada. Linee di antiche fortificazioni scendono ogni tanto dalle creste dei monti fino in fondo alla valle, risalgono, spariscono lontano verso altre vette. Sono mura merlate che proteggevano sentieri di ronda, difese secondarie a tergo della Grande Muraglia, sbarramenti giganteschi. Fra due di questi immensi schermi, un grande villaggio: Ku-yung-kuan.

Ne abbiamo passate le mura alte e nere, e ci siamo trovati di fronte ad un meraviglioso arco di marmo, delicatamente scolpito a fregi e a figure, un arco che da lungi si direbbe latino, giganteggiante sulle misere abitazioni del villaggio, ultimo resto di chi sa quali grandezze, e quali ricchezze. Ku-yung-kuan era una sede di comando nei tempi d’oro dell’Impero, e allora i mandarini militari, come i consoli di Roma, uccidevano i loro ozi circondandosi di magnificenze.

Mentre riprendevamo l’ascensione siamo stati raggiunti e sorpassati da una sedia a portatori sulle spalle di un frettoloso gruppo di uomini. Nella sedia, con l’ombrello aperto, era un europeo che gli abitanti riverivano con deferenza. Passandoci vicino egli ci ha salutati in inglese. Abbiamo sùbito saputo che si tratta di