Pagina:Bellamy - L'avvenire, 1891.djvu/188

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di poterla vedere, mi ferì come un coltello acuto un sentimento di vergogna, di pentimento e di rimprovero, che mi fece chinare il capo e desiderar quasi di esser morto coi miei contemporanei, giacchè anch’io era stato un uomo di quei tempi.

Che avevo io fatto per promuovere il riscatto di cui ora godevo? Che avevo io fatto per porre un termine alla crudeltà di quei tempi? Anch’io ero stato indifferente alla miseria dei miei fratelli ed avevo amato il caos e la notte, quanto tutti i miei contemporanei. Avevo piuttosto influito ad impedire questa redenzione che a promuoverla; che diritto dunque avevo io di godere di una liberazione che avevo schernita al suo sorgere?

«Sarebbe assai meglio per te,» diceva una voce in me, «che questo sogno fosse realtà e la realtà sogno; meglio che tu avessi parlato, ad una generazione sprezzantemente altera, in favore dell’umanità infelice, anzichè dissetarti ora ad una sorgente che non hai scavata e sfamarti col frutto di piante colle quali lapidasti il coltivatore;» e la mia mente rispondeva:

«Sarebbe meglio invero.»

Quando rialzai il capo, vidi Editta che, fresca come l’aurora, era discesa in giardino per coglier fiori; mi affrettai di andarla a raggiungere. Inginocchiato a lei dinanzi, colla fronte nella polvere, le confessai, piangendo, quanto poco meritavo di respirar l’aria di quel secolo d’oro e quanto era indegno di poter stringere al mio cuore il suo fiore più bello.

«Felice colui che, in un caso tanto disperato, trova, come me, un giudice tanto clemente!»



FINE.