Pagina:Biografie dei consiglieri comunali di Roma.djvu/117

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vincenzo galletti

amministrazione dilicata e difficoltosa del proprio ufficio, ma ostacoli gravissimi gli si elevavano dinnanzi, e con esso lui a chiunque si fosse sobbarcato nella impresa. Due - fatti principalmente venivano a contrastare l’immediato buon successo: 1° Roma città nuovissima agli aggravi ed alla pubblica amministrazione; 2° lo sbilancio grave fra il consumo ed i prodotti, e fra le classi medesime che venivano a costituire quasi una nuova popolazione, ed a sovrapporsi all’elemento puro romano. — In Roma con l’ultimo soffio delle guerre cittadine combattuto da famiglie più che da popolo, ora per il papato, ora per la supremazia di potere in Castel Sant’Angelo, e nei principali monumenti convertiti in bastite e luoghi di difesa, erasi spenta qualunque idea di Comune: nel 1848 e 49 fu sì breve e confuso il tratto, da non potersi annoverare fra i ricordi di una vera pubblica amministrazione. — Il Governo nominava pro forma alcuni distinti cittadini, i quali però erano dispensati da qualsifosse fatica di mente e materiale occupazione: dovevano apporre il proprio nome a quanto il Governo trovava vantaggioso, quindi far comparsa in ispeciali circostanze. Il governo clerocratico unendo in sè i due poteri «spirituale e temporale» importava che il cardinale Vicario avesse un vero ufficio con cui governava le famiglie, il ministero dirigeva in ogni cosa il Comune; nulla idea quindi di quanto anche le straniere signorie facevano nel resto d’Italia. Ignota la leva militare, ciascuno viveva e moriva come piaciuto gli fosse fra le pareti domestiche: scarsi i pubblici bisogni, e per lo più provveduti con parte delle risorse che venivano dal mondo cattolico, così non gravose le imposte, e sconosciuto ogni principio burocratico e fiscale. Che fosse questo il miglior vivere del mondo, non ispetta a noi il giudicarlo, nè il farvi quivi quistione, bastandoci per lo scopo del nostro scrivere rilevare come al settembre 1870 mancasse del tutto l’idea della comunale amministrazione.

Ma il formarsi Roma capitale di un regno importava nuova gente e nuove massime; con il cannone si era potuto aprire le mura, non così facilmente il cervello a molti, e persuaderli al nuovo ordine di cose. I potentati decaduti alzarono barriere che furono ostacolo qua per la opposizione, là per la inazione; i nuovi venuti trovarono un terreno ora intralciato di rovine e di triboli, ora deserto, arido, sterile; il governo prima che le buoue leggi portò le imposte, mentre per ogni porta di Roma entravano a conto a mille i sognatori della polvere d’oro: pareva un popolo che in massa avesse emigrato e- che venisse ad occupare od una città di nuovo fabbricata o per morte universale deserta. Credevasi dai più che la città della Repubblica, dei Cesari, dei Papi nella pubblica cosa inselvatichita e nella privata imbarbarita, si aspettasse per rara provvidenza che il sapere, la civiltà, la ricchezza venissero quivi a segnare il principio di una nuova èra.

Non è dunque a maravigliarsi se preste e molteplici furono le delusioni, dappoiché da’ parecchi che s’erano fatti promettitori di grandissime cose tappezzando i