Pagina:Boccaccio - Decameron I.djvu/289

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novella seconda 285

vide mai alcuno altro che te piagnere di quello che egli ha voluto? Ma pure, se niente di quello amore che giá mi portasti ancora in te vive, per ultimo don mi concedi che, poi a grado non ti fu che io tacitamente e di nascoso con Guiscardo vivessi, che il mio corpo col suo, dove che tu te l’abbi fatto gittare morto, palese stea. — L’angoscia del pianto non lasciò rispondere al prenze; laonde la giovane, alla sua fine esser venuta sentendosi, strignendosi al petto il morto cuore, disse: — Rimanete con Dio, ché io mi parto. — E velati gli occhi ed ogni senso perduto, di questa dolente vita si dipartí. Cosí doloroso fine ebbe l’amor di Guiscardo e di Ghismunda, come udito avete; li quali Tancredi dopo molto pianto, e tardi pentuto della sua crudeltá, con general dolore di tutti i salernetani onorevolmente ammenduni in un medesimo sepolcro gli fe’ sepellire.

[II]

Frate Alberto dá a vedere ad una donna che l’agnol Gabriello è di lei innamorato, in forma del quale piú volte si giace con lei; poi, per paura de’ parenti di lei della casa gittatosi, in casa d’un povero uomo ricovera, il quale in forma d’uom salvatico il dí seguente nella piazza il mena, dove riconosciuto e da’ suoi frati preso, è incarcerato.


Aveva la novella dalla Fiammetta raccontata le lagrime piú volte tirate infino in su gli occhi alle sue compagne; ma quella giá essendo compiuta, il re con rigido viso disse: — Poco prezzo mi parrebbe la vita mia a dover dare per la metá diletto di quello che con Guiscardo ebbe Ghismunda, né se ne dèe di voi maravigliare alcuna, con ciò sia cosa che io, vivendo, ognora mille morti sento, né per tutte quelle una sola particella di diletto m’è data. Ma lasciando al presente li miei fatti ne’ lor termini stare, voglio che ne’ fieri ragionamenti, ed a’ miei accidenti in parte simili, Pampinea ragionando seguisca; la quale se, come Fiammetta ha cominciato, andrá appresso, senza dubbio alcuna rugiada cadere sopra il mio fuoco comincerò a sentire.