Pagina:Boccaccio - Decameron II.djvu/102

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96 giornata settima

maggior pena che quella che data m’era, quantunque io fossi in un gran fuoco e molto ardente, tutto di paura tremava. Il che sentendo un che m’era da lato, mi disse: — Che hai tu piú che gli altri che qui sono, che triemi stando nel fuoco? — Oh! — dissi io — amico mio, io ho gran paura del giudicio che io aspetto d’un gran peccato che io feci giá. — Quegli allora mi domandò che peccato quel fosse; a cui io dissi: — Il peccato fu cotale, che io mi giaceva con una mia comare: e giacquivi tanto, che io me ne scorticai. — Ed egli allora, faccendosi beffe di ciò, mi disse: — Va’, sciocco, non dubitare, ché di qua non si tiene ragione alcuna delle comari! — il che io udendo tutto mi rassicurai. — E detto questo, appressandosi il giorno, disse: — Meuccio, fatti con Dio, ché io non posso piú esser con teco — e subitamente andò via. Meuccio, avendo udito che di lá niuna ragion si teneva delle comari, cominciò a far beffe della sua sciocchezza, per ciò che giá parecchie n’avea risparmiate; per che, lasciata andar la sua ignoranza, in ciò per innanzi divenne savio. Le quali cose se frate Rinaldo avesse sapute, non gli sarebbe stato bisogno d’andar sillogizzando quando convertí a’ suoi piaceri la sua buona comare.


Zefiro era levato per lo sole che al ponente s’avvicinava, quando il re, finita la sua novella né altro alcun restandovi a dire, levatasi la corona di testa, sopra il capo la pose alla Lauretta, dicendo: — Madonna, io vi corono di voi medesima reina della nostra brigata; quello ornai che crederete che piacer sia di tutti e consolazione, sí come donna, comanderete — e riposesi a sedere.

La Lauretta, divenuta reina, si fece chiamare il siniscalco, al quale impose che ordinasse che nella piacevole valle alquanto a migliore ora che l’usato si mettesser le tavole, acciò che poi ad agio si potessero al palagio tornare; ed appresso, ciò che a fare avesse mentre il suo reggimento durasse, gli divisò. Quindi, rivolta alla compagnia, disse: — Dioneo volle ieri che oggi si ragionasse delle beffe che le donne fanno a’ mariti: e se non fosse che io non voglio mostrare d’essere di schiatta di can