Pagina:Boccaccio - Decameron II.djvu/226

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220 giornata nona

quali, sgridandolo, a lasciarla il costrinsero: ed essa, misera e cattiva, da’ pastori riconosciuta ed a casa portatane, dopo lungo studio da’ medici fu guerita, ma non sí, che tutta la gola ed una parte del viso non avesse per sí fatta maniera guasta, che, dove prima era bella, non paresse poi sempre sozzissima e contraffatta. Laonde ella, vergognandosi d’apparire dove veduta fosse, assai volte miseramente pianse la sua ritrosia ed il non avere, in quello che niente le costava, al vero sogno del marito voluta dar fede.

[VIII]

Biondello fa una beffa a Ciacco d’un desinare, della quale Ciacco cautamente si vendica faccendo lui sconciamente battere.


Universalmente ciascun della lieta compagnia disse, quello che Talano veduto aveva dormendo, non essere stato sogno ma visione, sì appunto, senza alcuna cosa mancarne, era avvenuto.

Ma tacendo ciascuno, impose la reina alla Lauretta che seguitasse; la qual disse:

Come costoro, savissime donne, che oggi davanti da me hanno parlato, quasi tutti da alcuna cosa giá detta mossi sono stati a ragionare, cosí me muove la rigida vendetta, ieri raccontata da Pampinea, che fe’ lo scolare, a dover dire d’una assai grave a colui che la sostenne, quantunque non fosse per ciò tanto fiera; e per ciò dico che

Essendo in Firenze uno da tutti chiamato Ciacco, uomo ghiottissimo quanto alcuno altro fosse giá mai, e non potendo la sua possibilitá sostener le spese che la sua ghiottornia richiedea, essendo per altro assai costumato e tutto pieno di belli e di piacevoli motti, si diede ad essere, non del tutto uom di corte ma morditore, e ad usare con coloro che ricchi erano e di mangiare delle buone cose si dilettavano: e con questi a desinare ed a cena, ancor che chiamato non fosse ogni volta, andava assai sovente. Era similmente in que’ tempi in Firenze uno il quale era chiamato Biondello, piccoletto della