Pagina:Boccaccio - Decameron II.djvu/248

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242 giornata decima

Ghino volle, tutto solo fu messo in una cameretta d’un palagio assai oscura e disagiata, ed ogni altro uomo secondo la sua qualitá per lo castello fu assai bene adagiato, ed i cavalli e tutto l’arnese messo in salvo senza alcuna cosa toccarne. E questo fatto, se n’andò Ghino all’abate e dissegli: — Messer, Ghino, di cui voi siete oste, vi manda pregando che vi piaccia di significargli dove voi andavate e per qual cagione. — L’abate che, come savio, aveva l’altierezza giú posta, gli significò dove andasse e perché. Ghino, udito questo, si partì, e pensossi di volerlo guerire senza bagno: e faccendo nella cameretta sempre ardere un gran fuoco e ben guardarla, non tornò a lui infino alla seguente mattina: ed allora in una tovagliuola bianchissima gli portò due fette di pane arrostito ed un gran bicchiere di vernaccia da Corniglia, di quella dell’abate medesimo; e si disse all’abate: — Messer, quando Ghino era piú giovane, egli studiò in medicine, e dice che apparò, niuna medicina al mal dello stomaco esser miglior che quella che egli vi fará; della quale queste cose che io vi reco sono il cominciamento, e per ciò prendetele e confortatevi. — L’abate, che maggior fame aveva che voglia di motteggiare, ancora che con isdegno il facesse, si mangiò il pane e bevve la vernaccia, e poi molte cose altiere disse e di molte domandò e molte ne consigliò, ed in ispezialtá chiese di poter veder Ghino. Ghino, udendo quelle, parte ne lasciò andar sí come vane e ad alcuna assai cortesemente rispose, affermando che, come Ghino piú tosto potesse, il visiterebbe; e questo detto, da lui si partì, né prima vi tornò che il seguente dì, con altrettanto pane arrostito e con altrettanta vernaccia: e cosí il tenne piú giorni, tanto che egli s’accorse, l’abate aver mangiate fave secche le quali egli studiosamente e di nascoso portate v’aveva e lasciate. Per la qual cosa egli il domandò da parte di Ghino come star gli pareva dello stomaco; al quale l’abate rispose: — A me parrebbe star bene, se io fossi fuori delle sue mani; ed appresso questo, niuno altro talento ho maggiore che di mangiare, sì ben m’hanno le sue medicine guerito. — Ghino adunque, avendogli de’ suoi arnesi medesimi ed alla sua famiglia fatta acconciare