Pagina:Boccaccio - Decameron II.djvu/84

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78 giornata settima

e per fargli male. Ora, era Arriguccio, con tutto che fosse mercatante, un fiero uomo ed un forte: e giunto all’uscio, e non aprendolo soavemente come soleva far la donna, e Ruberto che aspettava, sentendolo, s’avvisò esser ciò che era, cioè che colui che l’uscio apriva fosse Arriguccio; per che prestamente cominciò a fuggire, ed Arriguccio a seguitarlo. Ultimamente, avendo Ruberto un gran pezzo fuggito e colui non cessando di seguitarlo, essendo altressi Ruberto armato, tirò fuori la spada e rivolsesi, ed incominciarono l’uno a volere offendere e l’altro a difendersi. La donna, come Arriguccio aprì la camera, svegliatasi, e trovatosi tagliato lo spago dal dito, incontanente s’accorse che il suo inganno era scoperto: e sentendo Arriguccio esser corso dietro a Ruberto, prestamente levatasi, avvisandosi ciò che doveva potere avvenire, chiamò la fante sua, la quale ogni cosa sapeva, e tanto la predicò, che ella in persona di sé nel suo letto la mise, pregandola che, senza farsi conoscere, quelle busse pazientemente ricevesse che Arriguccio le desse, per ciò che ella ne le renderebbe sì fatto merito, che ella non avrebbe cagione donde dolersi. E spento il lume che nella camera ardeva, di quella s’uscí, e nascosa in una parte della casa cominciò ad aspettare quello che dovesse avvenire. Essendo tra Arriguccio e Ruberto la zuffa, i vicini della contrada, sentendola e levatisi, cominciarono loro a dir male, ed Arriguccio, per tema di non esser conosciuto, senza aver potuto sapere chi il giovane si fosse o d’alcuna cosa offenderlo, adirato e di maltalento, lasciatolo stare, se ne tornò verso la casa sua: e pervenuto nella camera, adiratamente cominciò a dire: — Ove se’ tu, rea femina? Tu hai spento il lume perché io non ti truovi, ma tu l’hai fallita! — Ed andatosene al letto, credendosi la moglie pigliare, prese la fante, e quanto egli potè menare le mani ed i piedi, tante pugna e tanti calci le diede, che tutto il viso l’ammaccò, ed ultimamente le tagliò i capelli, sempre dicendole la maggior villania che mai a cattiva femina si dicesse. La fante piagneva forte, come colei che aveva di che, ed ancora che ella alcuna volta dicesse: — Oimè! mercé per Dio! — o — Non piú! — era sì la voce dal pianto rotta ed