Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/168

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miglio, e comechè assai più vivo mi paresse, non ostante che tenebroso fosse il luogo là dov’io era, che quello che qua tingono i nostri maestri: il quale, come detto è, con lenti passi approssimandosi a me, in parte mi porse paura, e in parte mi recò speranza: paura mi porse, perciocchè io cominciai a temere non quello luogo a lui fosse per propria possessione assegnato, e recandosi ad ingiuria di vedervi alcuno altro, le fiere del luogo, siccome a lui familiari, a vendicar la sua ingiuria sopra me incitasse, e da queste mi facesse dilacerare; speranza d’alcuna salute mi recò, in quanto più faccendosi a me vicino, pieno di mansuetudine mel parea vedere, e più e più riguardandolo, estimando d’altra volta, non quivi, ma in altra parte averlo veduto, diceva meco: questi per avventura, siccome uomo uso in queste contrade, mi mostrerà dove sia di questo luogo l’uscita; e ancora, se in lui fia spirito di pietà alcuno, infino a quello benignamente mi menerà. E mentre ch’io in così fatto pensier dimorava, esso, senza ancora dire alcuna cosa, tanto mi s’era avvicinato, ch’io, ottimamente la sua effigie raccolta, chi egli fosse e dove veduto l’avessi mi ricordai: nè d’altro con la mia memoria disputava che del suo nome, immaginando, se io per quello misericordia e aiuto chiedendoli il nominassi, quasi una più stretta familiarità per quello dimostrando, con maggiore e più forte affezione a’ miei bisogni il dovesse muovere. Ma mentrechè io quello che cercando andava ritrovar non poteva, esso me con voce assai soave per lo mio proprio nome chiamandomi, disse: qual malvagia fortuna, qual malvagio destino t’ha nel presente di-