Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/193

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hanno poca cura, mai ne’ lor letti non si dorme, tutta la notte in letigi trapassa e in quistioni, dicendo ciascuna al suo: ben veggio come tu m’ami: ben sarei cieca se io non m’accorgessi che altri t’è all’animo più che io. Credi tu ch’i’ sia abbagliata e ch’io non sappia a cui tu vai dietro, a cui tu vuogli bene, e a cui tu tutto ’l dì favelli? Ben so bene: io ho migliori spie che tu non credi. Misera me, che è cotanto tempo ch’io ci venni, eppure una volta ancora non mi dicesti, quando a letto mi vengo: Amor mio, ben sia venuta. Ma alla croce di Dio, io farò di quelle a te che tu fai a me. Or sono io così sparuta? non sono io così bella come la cotale? Ma sai che ti dico? chi due bocche bacia, l’una convien che gli puta. Fatti in costà: se Dio m’aiuti, tu non mi toccherai: va’ dietro a quelle di che tu se’ degno, che certo tu non eri degno d’aver me; e fai ben ritratto di quel che tu se’. Ma a fare a far sia. Pensa che tu non mi ricogliesti del fango; e Dio il sa, chenti e quali erano quelli che se l’avrebbon tenuto in grazia d’avermi presa senza dote, e sarei stata donna e madonna d’ogni lor cosa: e a te diedi cotante centinaia di fiorini d’oro, nè mai pur d’un bicchier d’acqua non ci pote’ esser donna, senza mille rimbrotti de’ frateti e de’ fanti tuoi. Basterebbe se io fossi la fante loro. E fu bene la mia disavventura ch’io mai ti vidi: che fiaccar possa la coscia chi prima ne fece parola. E con queste, e con molte simili e più altre assai più cocenti, senza niuna ligittima o giusta cagione avere, tutta la notte tormentano i cattivelli: de’ quali infiniti sono che cacciano chi ’l padre, chi il figliuolo, chi da’ fratelli si divide, e quali nè la madre nè ’l padre a casa si voglion ve-