Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/238

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trica e allieva, che gli appartien meno che non fe’ Giuseppe a Cristo: il quale, cresciuto, ogni mia ingiuria, se ingiuria dir debbo, vendicherà contra di lui: nè è però esente, come egli si crede, dal volgar proverbio, il quale voi usate, dicendo: quale asino dà in parete, tale riceve: se egli gli altrui beni lavora, e’ viene d’altra parte chi lavora i suoi. A così buona vita adunque e così santa s’è ritrovata vicina de’ frati colei, che non mia donna, ma mio tormento fu mentre vissi. Colei così onesta, così laudevole, quale udisti, fu, prima che morte mi separasse da lei, e nella virtù e ne’ costumi si dilettò ed esercitò ch’io ti dissi: senza ch’ella è tale, qual io brievemente te la disegno; perchè veder puoi di cui il tuo poco senno il tuo poco conoscimento la tua poca discrezione abbagliato t’avea, e per cui messa l’anima tua la tua libertà o il tuo cuore nelle catene d’amore e in afflizione incomportabile, e qui ultimamente in questa valle diserta condotto, di che omai saziare non mi potrei di riprenderti. Ma da venire è all’ultima parte della nostra promessa, acciocchè più della tua impresa attristandoti, meriti più tosto il perdono e la tua salute. Tu, misero, te schernito reputi da costei: e a negare che tu schernito non fossi, nè io il farei, nè tu, perch’io il facessi, il crederesti: ma non era da così gravemente prenderlo come facesti, se così chi il faceva conosciuto avessi, come ora conoscer dei; e acciocchè tu conosca, lei in questa cosa non avere altrimenti operato che fare si soglia nell’altre, e che tu del tutto fuori della tua mente la cacci, mi piace di dirti come e quello che io della tua lettera sentii. Egli è vero che di qua spesso gente ne vien di là, la