Pagina:Boccaccio - Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio nuovamente corretto sopra un testo a penna. Tomo I, 1831.djvu/140

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120 COMENTO DEL BOCCACCI

zioni, d’ogni tempo il dividono in dodici parti eguali, e così fanno la notte. Il dì naturale è di ventiquattro ore eguali, e in questo è la notte congiunta col dì; ma dinominasi tutto dì, dalla parte più degna, cioè dalla parte splendida: e chiamasi dì da Dios greco, il quale in latino viene a dire Iddio: perciocchè come Iddio sempre in ogni cosa buona ne giova e aiuta, così nelle nostre operazioni ne aiuta il dì con la sua luce. E potrebbesi dire che egli n’aiuta nelle buone, perciocchè chi fa male ha in odio la luce. E mostra per questa discrizione del farsi notte, che l’autore fosse stato dal farsi dì infìno al farsi notte di quel dì, in quella valle occupato da quelle tre bestie, ed a ragionar con Virgilio.

Toglieva gli animai che sono in terra,
     Dalle fatiche loro.

Dimostrane qui l’autore una delle operazioni della notte, la quale l’ordine della natura attribuisce al riposo, e alla quiete degli animali, degli affanni avuti il dì passato; perciocchè se alcun tempo al riposo non si prestasse, non sarebbe alcuno animale che nelle sue operazioni potesse perseverare; e perciò dice l’autore, che l’aer bruno toglieva, cioè levava dalle fatiche loro: e seguita: ed io sol uno. Par che qui sia un vizio, il quale si chiama inculcatio, cioè porre parole sopra parole che una medesima cosa significhino, come qui sono; perciocchè solo non può essere se non uno: e uno non può essere se non solo: ma questo si scusa per lo lungo e continuo uso del parlare, il quale pare aver prescritto questo modo di parlare, contro al vizio della inculcazione.