Pagina:Boccaccio - Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio nuovamente corretto sopra un testo a penna. Tomo I, 1831.djvu/330

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
310 COMENTO DEL BOCCACCI

talo al fosso. Alla qual risposta colui che domandato avea seguì: come Diogene? vuoi tu che i cani, e le fiere salvatiche, e gli uccelli ti manuchino? Al quale Diogene rispose: pommi il baston mio, sicchè io abbia con che cacciargli. A cui questo addimandante disse: o come gli caccerai, che non gli sentirai? Disse allora Diogene; se io non gli debbo sentire, che fa quello a me perchè mi mangino? E così si morì: il dove non so. Anassagora.

Anassagora fu nobile uomo Ateniese, e fu uditore di Anassimene, e famoso filosofo: e perciocchè sostener non poteva i costumi e le maniere de’ trenta tiranni li quali in Atene erano, si fuggì d’Atene, e segui gli studii pellegrini tanto tempo, quanto la signoria de’ predetti durò. Poi tornando ad Atene, e vedendo le sue possessioni, che erano assai, tutte guaste, e occupate da’ pruni e da malvage piante, disse: se io avessi voluto guardar queste, io averei perduto me. Questi nella morte d’un suo figliuolo, assai della sua fortezza d’animo e della sua scienza mostrò; perciocchè essendogli nunziata, niuna altra cosa disse a colui che gliele palesò: ni una cosa nuova, o da me non aspettata mi racconti, perciocchè io sapeva che colui che di me era nato era mortale. Ed essendo infermo di quella infermità della quale egli morì, e giacendo lontano alla città, fu domandato se gli piacesse d’essere portato a morire nella città, Rispose, che di ciò egli non curava, perciocchè egli sapeva, che altrettanta via era del luogo dove giaceva in inferno, quanta dalla città in inferno: e Tale.

Tale fu Asiano, figliuolo d’uno che si chiamò