Pagina:Boetie - Il contr'uno o Della servitù volontaria.djvu/77

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o della servitù volontaria 63

indietro.“ Questi veggono luccicare i tesori del tiranno, e rimangono stupidamente abbarbagliati da’ raggi del suo fasto; e tirati dal lecco di tal bagliore, s’accostano senza addarsi ch’e’ si mettono in una fiamma, la quale non può far ch’e’ non gli arda e consumi; tale quale come quel satiro indiscreto, che, vedendo, come si ha dalle favole, rilucere il fuoco trovato dal saggio Prometeo, parvegli tanto bello, che andò per baciarlo e si brucio tutto; e come la farfalla che, sperando diletto da quel lume perchè riluce, ne prova invece, secondo che scrive Lucano, l’altra virtù, che è quella di ardere. Ma su, mettiamo che questi mignoni la scampino da colui ch’e’ servono; ma non si salvano mai dal re che ad esso succede, il quale, o è buono, e bisogna render conto, e stare, almeno allora, alla ragione; o è tristo a uso il loro padrone, e non può fare ch’e’ non abbia anch’egli i suoi cucchi, i quali non si tengono contenti che or tocchi loro il posto degli altri, s’e’ non ne hanno anche il più delle volte i beni e la vita. O come va dunque che si trovi di quelli i quali uccellino a sì sciagurato ufficio di servire tanto pericoloso signore, con tutti i rischi che ci sono, e senza veruna sicurtà? Che tormento, che martirio è questo, Dio buono! Pensare notte e giorno come andare a genio a uno, e tuttavia aver più paura di lui che di chi altro sia: star sempre cogli occhi spalancati, l’orecchio sempre teso per appostare onde verrà il colpo, per iscoprire gli agguati, per leggere nella cera de’ compagni, per iscoprire chi ci tradisce: fare a tutti bocca da ridere, di tutti aver sospetto, non avere nè nemici scoperti, nè certi amici: col riso sulle labbra, col coltello nel cuore: non potere star lieto, nè osare di esser tristo!