Pagina:Bonarelli, Guidubaldo – Filli di Sciro, 1941 – BEIC 1774985.djvu/20

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FILLI DI SCIRO
Udii pur mille volte
cantar dalle più sagge:
« Non sa che sia dolore
chi non conosce amore».
Che sarà dunque? avrai
(mira grandi sciagure!)
fra l’altre ninfe in qualche di solenne
o saettato o dardeggiato ili vano?
avrai forse perduto
quel bell’arco d’avorio,
ch’io non tei veggio al fianco? ovver è morto
(ma questo si che fora
l’estremo dei dolori) il tuo bel capro?
Celia.E fu ben egli almeno
cagion de la mia morte;
per lui rimasi io preda
d’Euritone centauro,
principio orrendo, oimè, del mio martoro!
Clori.Tu preda di centauri? e come? e quando?
Deh si nuova fortuna
non mi tacere almeno.
Celia.Te la dirٍ: ma d’altro
non mi richieder poscia.
Clori.Com’a te pare.
Celia.Or odi :
E quand’io t’avrٍ detto
come rapita fui, vo’ ben che sola
tu mi rilasci allora.
Clori.Deh segui omai!
Celia.Quel giorno
che tu, per gir a le solenni feste
de la gran Madre a l’isola sacrata,
venisti a le mie case a tٍr congedo,
io per frenar il pianto,
quasi presaga, oimè, ch’a maggior uopo
sparger poi ne do vea,