Pagina:Cagna - Un bel sogno, Barbini, Milano, 1871.djvu/15

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UN BEL SOGNO



I.

Non sono ancor trascorsi molti anni che in Brescia nelle tarde ore della notte, in una via poco frequentata, udivasi di sovente il suono di un pianoforte eccitato da una mano maestra.

Erano melodie spontanee soavemente malinconiche, vibrazioni patetiche che scorrendo sull’aria quali folate armoniche, andavano perdendosi lamentosamente a guisa di zeffiro che destandosi vigoroso ed ardito si smarrisce tra i fogliami delle siepi, e muore alitando un flebile sospiro.

Non era difficile l’accorgersi che quelle soavi modulazioni erano prodotte da un’abile mano che rispondeva interprete ad un gentilissimo sentire — Per concepire ed esprimere quel misterioso linguaggio che si chiama musica, bisogna avere il cuore suscettibile alle soavi emozioni, ed i concenti sublimi di quel pianoforte erano l’emanazione palpitante di una fantasia delicata, erano la voce, l’espressione di un sentimento puro, ineffabile, celeste.