Pagina:Camerini - Donne illustri, 1870.djvu/154

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Dinne, caro Damon, s’alma sì vile
E sì cruda esser può, ch’essendo amata,
Renda, invece d’amor, tormento e morte?


Ch’io tèmo, lassa! se il tuo dotto stile
Non mi leva il dubbiar, d’esser pagata
Di tal mercede, si dura è mia sorte.


Al che il patriarca Benedetto rispose così:


Ninfa, di cui per boschi o fonti o prati
Non vide mai più bella alcun pastore,
O delle Grazie e delle Muse onore,
Più cara sempre a’più cari e pregiati:


Cosi siano a Damon men fieri i fati,
Nè gli renda mai Filli il dato core,
Ed ella arda per lui di saldo amore,
Più ch’altri fosser mai lieti e beati,


Come’ alma esser non può si cruda e vile,
La quale, essendo veramente amata,
Non ami un cor gentil già presso a morte.


Dunque se ha dotto, no, ma a fido stile
Credi, ama e non dubbiar; chè ben pagata
Sarà d’alta mercè tua dolce sorte.


La Tullia non solo cantò, ma filosofò dei soavi affetti dell’anima. Il suo dialogo dell'Infinità d’amore è principalmente condotto dal Varchi, ed è bene scritto; ma con tutte le sottigliezze della filosofia di quell’età, seccanti delle raffinatezze delle Corti d’Amore. Gli altri interlocutori sono