Pagina:Camerini - Donne illustri, 1870.djvu/84

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76 Donne illustri.


timo dolore di lei. Come giovanetta aveva ricusato le nozze di principi per restargli fedele, così vedova visse sconsolata in veste negra, disacerbandosi in versi che non perirono. Ma la poesia non bastò a consolarla: chiamò in aiuto la religione, e vi si diede con tal fervore, che fu creduta pendere all’idee dei riformatori, massime per la sua intrinsichezza coll’Ochino, che si ribellò poi alla Chiesa. Non contenta della solitudine a cui s’era ritratta, si rinchiuse in un monastero di Orvieto, e di là passò presto a quello di Santa Caterina in Viterbo. Morì in Roma verso il fine di febbraio del 1547, e Michelangelo, che ne era fortemente acceso, la visitò morente e le baciò la mano, pentendosi poi di non averle baciato la fronte o la faccia.

«In particolare, dice il Condivi, egli amò la marchesana di Pescara, del cui divino spirito era innamorato, essendo all’incontro da lei amato svisceratamente: della quale ancor tiene molte lettere, d’onesto e di dolcissimo amore ripiene, e quali di tal petto uscir solevano; avendo egli altresì scritto a lei più e più sonetti, pieni d’ingegno e dolce desiderio. Ella più volte si mosse da Viterbo e d’altri luoghi, dove fosse andata per diporto e per passare la state; ed a Roma se ne venne, non mossa da altra cagione, se non di veder Michelagnolo; ed egli all’incontro tanto amor le portava, che mi ricordo d’averlo sentito dire che d’altro non si doleva, se non che quando l’andò a vedere nel passar di questa vita, non così le baciò la fronte e la faccia come baciò la mano. Per la costei morte più volte se ne stette sbigottito e come insensato.»

Un altro amatore di lei fu Angelo di Costanzo il buon