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Pagina:Canti di Castelvecchio.djvu/166

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150 il nido di "farlotti"


e ch’altro al mondo fosse che il troppo,
dopo le canne fitte dell’orto
e la mimosa, ch’è morta, e il pioppo,
ch’è morto, e l’alto cedro, ch’è morto.

Oh! sì, com’era mesto il ritorno,
e sì, la sera com’era mesta,
ben ch’in San Mauro fosse, quel giorno,
un’argentina romba di festa!

Ma morto il babbo da più d’un mese,
non c’era posto per i suoi nati
più, nella Torre, sì che al paese
ritornavamo come scacciati.

Noi s’era in otto, nove con essa,
nella carrozza, piccoli, stretti
a lei che stava bianca e dimessa
tra lo scoppiare dei mortaretti;

che si vedeva pallida e magra
tra il rintoccare delle campane.
Noi si tornava per una sagra
senza più padre senza più pane.

E disse un uomo; disse: e l’udiva
ella e ne pianse le lunghe notti
e ne fu trista fin che fu viva,
un anno: — Un nido, ve’, di farlotti! -

Verlette, quando v’odo cantare,
nunzie che il caldo viene e la state,