Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/13

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di quella creatura che cominciava a vivere dentro di me, e della quale più non mi curavo di discernere fin dove la primitiva figura si fosse venuta alterando nel continuato lavoro di elaborazione latente. Che doveva importarmene? La mia creatura mi pareva assai più viva e più reale dell’altra, certamente più completa, con tutti quei nuovi elementi venuti ad aggregarsi, a immedesimarsi con essa. Pur che io fossi riuscito a renderla tal quale la vedevo e la sentivo nella immaginazione e nel cuore!

Il problema era lì. E subito sopravvennero gli scoraggiamenti, le ansie. La forma! la forma! Avevo qualche coscienza della grande inesperienza mia, ma anche parecchia presunzione, e molto entusiasmo, e moltissima fede; e comprendendo come fosse inutile attendere, dicevo a me stesso che bisognava fare, fare, fare, foss’anche unicamente per poi disfare e rifare. Coloro che entrano oggi nel campo dell’arte ignorano il tormentosissimo stato di chi dovette provarsi il primo, senza tradizioni, quasi senza guida. Probabilmente, se lo sapessero, sarebbero più benigni verso chi non ebbe e non poteva avere i larghi aiuti di studi e di educazione letteraria ora alla mano di tutti. In quel tempo (è già tanto lontano!) certe questioni apparivano così ardue, che lo stesso proporsele diventava un atto d’incredibile audacia.

La baldanza superò: e scrissi i primi capitoli a Milano. Non dimenticherò mai quella camera di Via Dogana, dove un vicino maestro di canto affliggeva le mie ore di raccoglimento e di lavoro con le stonature della sua voce roca, dalle otto della mattina alle sei di sera! Non dimenticherò mai la gentile persona, Dea loci, di cui qualche dolce traccia è rimasta nelle ultime pagine del mio romanzo! E non credo di dovermi scusare con voi di queste minuzie, che, ricorrendomi alla memoria, mi fanno rivivere in quei giorni di eccitazione e di lotta. Di lotta, sì; perchè lo strumento, la lingua e lo stile, non rispondeva docile all’idea, e mi dava cruccio. La forma stessa del racconto procedeva incerta, tra quella del Balzac dove l’autore interviene e giudica e riflette e l’altra, che più mi seduceva, dove l’autore si sforza di nascondersi, lasciando